Piccioni italici – Testo introduttivo per i lavori di Yuhang Dai – Torino Giugno 2022
Megamix – Bari, Agosto 2021
Quarantined – Torino, Maggio 2020
Pandemonium Torino, Marzo 2020
Vecchia Mistica Fica Zione
– Roma, Marzo 2020
Dataismo
– Torino, Febbraio 2020
Life is a game
Torino, Aprile 2018
Storie di Jazz
– Caserta, Marzo 2018
La fede calcistica come unica identità certa ed irrinunciabile
Torino, Dicembre 2017
Lavorare stanca
– Torino, Novembre 2017
Spam
– Torino, Ottobre 2017
Fotocrazia
– Siracusa, Agosto 2017
Zoolatria al contrario
– Venezia, Giugno 2017
Distrarsi ad arte
– Torino, Gennaio 2017
Apocalipse fantástico
Lisbona, Ottobre 2016
Apocalisse – Lisbona, Giugno 2016
A112
– Milano, Maggio 2013
Homo homini Deus est
– Londra, Agosto 2010
Dio
Alassio, Febbraio 2008

Piccioni italici
Mi ossessionava il mistero dei piccioni e della loro venuta sulla terra, del loro scopo.
Ipotizzavo potessero essere creature multidimensionali, spettri incorporei impossibili da agguantare,
poi compresi come si trattasse di animali alieni che si riproducevano attraverso un auto esplosione che lasciava il corpo del piccione vecchio spiaccicato sulla strada, e un nuovo piccione identico, ma giovane, svolazzare per la città.

Questo è il motivo per il quale nessuno ha mai visto dei piccoli di piccione.
Rimane da capire quale sia la loro funzione, visto che nessuno li mangia o li mangerebbe, e non rappresentano affatto un vantaggio estetico per i nostri balconi.
L’unica ipotesi riguarda il fatto che nell’antichità le popolazioni avessero grandi problemi con lo smaltimento delle briciole di pane.
Nel corso della storia alcune capre, piccioni, porci e scimmie si sono “evoluti” con parvenza di esseri umani, si sono vestiti da funzionari di questo sistema in decomposizione.
Sono gli zelanti ingranaggi di un sistema di bidelli e burocrati di ogni sorta.
Sono le zavorre che cercano di appendersi ad ogni nostro progetto e slancio verso il futuro.
Sono esseri stupidi nel profondo, involuti nel cervello e nell’anima, piccoli dentro e larghi fuori, hanno come unico scopo quello di far sopravvivere il sistema al quale si sono aggrappati per sopravvivere.
Invece di servire, mangiano le briciole di potere e cagano giaculatorie di lamentazioni.
Sono un mix terribile tra i Vogon di Douglas Adams e piccoli burocrati di Dostoevskij,
in triplice copia, che ostacolano costantemente il passaggio altrui.
Essi belano, grugano, grugniscono e gridano, tutti insieme all’unisono.

Noi non siamo ingranaggi di alcun sistema, non veniamo e non andiamo da nessuna parte, non difendiamo il passato dei trapassati, i suoi confini e le sue dogane, scriviamo il futuro tappandoci le orecchie e scansando le vostre merde volanti che piovono dal cielo.



Megamix
Il caleidoscopio delle immagini immaginate
Vi sono, nel mio cervello, una quantità immane di immagini immagazzinate, più o meno utilmente, che saltano fuori nei momenti più imprevisti, sono appunti visivi archiviati nel vano tentativo di saziare il mio bisogno di conoscere le cose. Immagini deformate, abusate dal tempo, riviste e riconsiderate alla luce di accadimenti successivi, dissociate, isolate dal contesto, distorte dall’inevitabile amnesia portata dalla vita, dal perenne assalto e saccheggio di mitici cammellini della memoria. Immagini della mia vita, dei film e delle trasmissioni tv, dei videoclip musicali, delle mostre e dei musei, degli spot pubblicitari, delle icone del genere umano, dei libri e delle storie, fino alle immagini dei miei sogni.
Gli elementi dissonanti ritrovano il loro accordo visivo e concettuale, cromatico e formale, comico, cosmico e surreale, nel frutto pittorico.
Personaggi e paesaggi, interni e spazi, di un grande episodio crossover, nato dalla mia “volupté de voir”, dal mio passeggiare nelle stanze segrete del mio cervello, come un flaneur dentro al viaggio allucinante di Asimov.
Attraverso questo gioco di ricerca, il collage dei riferimenti visivi diventa una continua sublimazione intellettuale colma di speculazioni sul valore iconico delle immagini e dei simboli che interagiscono tra loro, creando un racconto che non può prescindere dalla collocazione naturale delle immagini stesse, ma nemmeno può fare a meno di tracciare nuove
narrazioni e nuovi percorsi di senso. Il caleidoscopio delle immagini immaginate da se stessi e dagli altri, riflette in uno specchio deformato l’immagine di ciò che abbiamo visto, abbiamo creduto di vedere, vediamo a distanza di tempo, in un continuo guardare-sperimentare-considerare-reinventare-riguardare all’infinito. Creiamo da ciò che abbiamo visto e sperimentato, ricreando all’infinito il mondo nel quale immaginiamo di voler vivere.

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Quarantined

La quarantena, come stato di isolamento ed esclusione cautelare, è lo stato mentale di base delle società occidentali.
Dalla diffusione dell’Aids (1981) agli attentati alle Torri gemelle (2001) Al Covid 19, le persone si sono gradatamente, ma inesorabilmente, auto escluse dalla vita sociale, con il fine di non correre rischi per la propria sopravvivenza.
Gli esseri umani, in questa parte di mondo, hanno scelto di vivere dentro le loro case, dentro il loro cancelli, dietro i loro muri, dentro il loro cervello, elaborando straordinarie fantasie di ciò che magicamente dovrebbe accadere in futuro, affidandosi alla vana possibilità che la tecnologia possa colmare il vuoto di senso e di calore nei cuori.
Il mio lavoro, in particolar modo per la serie Quarantined, è incentrato sulla visione dell’essere umano contemporaneo nella opulenta civiltà occidentale; un essere che, per paura di morire o di non vivere abbastanza a lungo, preferisce immaginare di vivere, circondandosi di surrogati rassicuranti e sicuri della vita reale.
Questo stato mentale cerca di escludere il corpo a favore della mente.
L’esperienza della vita diventa virtuale, dislocata, rivolta principalmente al senso della vista e al solo organo cerebrale.
Rappresento le mie modelle acefale, con una grande sfera al posto della testa, una sfera stracolma di desideri indicibili e irrealizzabili, di paure e speranze riposte in un meraviglioso futuro nel quale sarà possibile nuovamente vivere veramente.
In uno stato simile alla reclusione, in una situazione nella quale la nostra libertà di movimento viene limitata, a prescindere dalla ragione, la nostra mente ha l’unica possibilità di viaggiare attraverso l’immaginazione, verso nuovi mondi, per continuare a rimanere nel suo stato naturale di libertà.

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Pandemonium

Nel 2020 in Italia c’è stata una grande moria (non delle vacche).
Punto.
Noi quasi si sentiva la nostalgia di Bettino Craxi,
perché era come stare sull’Achille Lauro (la crociera).
Barattoli sormontati da pere e birilli di divieto ovunque.
Marx (Groucho) e lo Sputnik (il satellite),
Bic Gates (Bic, la penna a sfera) e l’elefante superdotato della Pfizer,
giocarono per mesi con il pallottoliere, mentre noi sognavamo di fuggire.
E io volevo solo che rimanesse il ricordo di tutto questo,
che la vita qui può essere più surreale di un quadro.
Ad imperitura memoria del gioco infinito al quale giocheranno a lungo.

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Vecchia Mistica Fica Zione

Il nostro mondo adesso è debole e vecchio, puzza il sangue versato è infetto.

Vecchia
La Società degli anni venti è vecchia, il potere è in mano a vecchi per nulla saggi, che resistono al loro destino facendosi scudo con i corpi di figli e nipoti.
Nei conti bancari di questa moltitudine di ottuagenari è sepolta, bloccata, ibernata, l’energia per costruire il futuro.
Ci raccontano la fiaba di quanto si stava bene ai loro tempi, loro che hanno sepolto la loro anima, la loro memoria, che hanno venduto la libertà, sperando di ricevere una vita e una pensione eterna.
Vivono una vita immaginaria, surrogata, un’idea della vita che non hanno avuto il coraggio di vivere, e rimangono aggrappati il più a lungo possibile al girello della sopravvivenza.
In realtà si tratta dei nostri genitori, è forse colpa loro se non abbiamo lavorato venti ore al giorno e non abbiamo fatto cinque figli a testa come un tempo?
La società in cui viviamo, quella in cui crescono i nostri figli, è stata pensata ed è gestita da vecchi che vivono in un mondo di privilegi al quale i meno vecchi non hanno accesso.
Le disparità sociali tra classi hanno lasciato il posto alle disparità generazionali, le disposizioni prese durante la crisi del Covid hanno reso ancora più chiaro quali siano le priorità del governo e chi siano le persone che si è scelto di tutelare.
Chiuse scuole, palestre e discoteche, impedita la circolazione delle persone, chiusi i piccoli negozi e fermata l’economia, arte e cultura trattate alla stregua di inutili orpelli, al fine di tutelare la fascia delle persone anziane.
I figli del covid intanto dormono in una tendopoli dietro stazione Termini.

Mistica
All’uomo degli anni venti, è stata tolta l’anima, la spinta mistica verso la ricerca di una verità ultraterrena, la ricerca spirituale è considerata attività puerile, residuo di credulità popolare.
L’idea di felicità si riduce ad avere una posizione invidiabile, a qualunque costo, un riconoscimento esterno che ci permetta di sentirci migliori, i poveri e i disperati, servono per affermare la nostra capacità di essere superiori. Gli “altri” vengono tenuti ai margini a ragione del fatto che sarebbero peggiori di noi, incapaci di “elevarsi” al nostro livello, rappresentando in questo modo, l’unica assoluta certezza di una nostra relativa affermazione.
Anche l’essere umano affermato e arricchito, continua a lavorare alacremente per cercare di “elevarsi” ulteriormente, al fine di costruire un nuovo livello dal quale emarginare altri meno ricchi e popolari, e dimostrare la propria ulteriore relativa grandezza.
Gli affermati, vengono venerati al pari dei Santi, diventano Maestri, viene studiata la loro biografia, la loro filosofia, le loro azioni etiche o meno che siano, alla ricerca della pietra filosofale che li ha resi come tutti vorrebbero essere.
Il riconoscimento della società rappresenta l’approvazione di Dio.
La mistica, come contemplazione del divino, per mezzo della quale l’anima si eleva alla sua massima perfezione, è stata sostituita dall’ “elevazione” in chiave economica e di ruolo sociale, meritocratica, di capacità di produrre ricchezza, di generare consenso.
Il riconoscimento da parte della società occupa il primo posto nella soddisfazione delle persone, essere popolari è considerato l’unico modo di “elevarsi”, di lasciare un segno, di guadagnare l’immortalità.
Il ruolo dell’arte nel partecipare alla ricerca di verità interiore dello spettatore, risulta in questo contesto del tutto inutile, naïf, puerile, quanto l’elevazione spirituale, la religione, la stregoneria.
Non è necessaria nessuna ricerca interiore se la sola elevazione possibile può avvenire all’esterno e dall’esterno, se la verità esiste solo come somma di mistificazioni.
In questo paradigma, la spinta verso l’alto deve avvenire per mezzo di una piramide di altri esseri umani, i primi schiacciati sotto ai piedi e ai corpi di altri, che ci devono sollevare faticando, felici di partecipare al nostro successo, e smaniosi di intrufolarsi nella stessa via.
Ci si calpesta a vicenda sperando di scegliere la parte giusta della piramide e di arrivare più vicino possibile alla sommità dei cadaveri e degli schiavi sotto di noi, verso la gloria e il riconoscimento del Dio sociale.
In questo quadro l’opera d’arte ha valore strettamente economico, un investimento ai fini di un futuro guadagno. L’artista ha una capacità di produrre opere di valore, in funzione della propria notorietà. Il ruolo del gallerista e del collezionista, così come quello del curatore museale, si riduce all’analisi della prospettiva economica dell’artista e delle sue opere.

Misticazione
La storia è sempre stata scritta dai vincitori, dal potere politico e militare.
Oggi il passato, la storia, il presente e l’idea del futuro, vengono scritti attraverso il potere tecnologico e mediatico di mistificare la realtà, di gratificare l’ego dei destinatari di un messaggio, fino a portarli a credere che il surrogato della realtà che osservano sia la realtà stessa.
Il ricorso al surrogato è sempre più presente in ogni aspetto della vita umana, ed è vissuto dalla maggior parte delle persone come aspetto innovativo, ecologico, emancipante, salutare, migliorativo, sicuro.
Gli animali domestici, i robot, le bambole di silicone, sono utilizzati come surrogati di figli, mariti, mogli, amanti e nipoti; la chirurgia plastica viene utilizzata per produrre corpi e identità sessuali surrogate; la pornografia e il sesso protetto permettono di surrogare l’atto sessuale stesso; i cibi sintetici, vegan, le barrette nutrizionali, le medicine che permettono di ottenere prestazioni in tutti gli ambiti, gli esseri umani stessi sono surrogati di se stessi.
Verso gli spazi più intimi e fondamentali della nostra esistenza, vengono promossi prodotti, idee e comportamenti che cercano di allontanarci dalla vita reale, verso una vita fittizia, virtuale, sintetica, nella quale l’esperienza interiore è sostituita con l’immagine mistificata che la società ha di noi.
Una menzogna ripetuta all’infinito non diventa vera, ma rende la mistificazione una pratica socialmente accettabile, il senso del vero si perde dietro alla consapevolezza che ogni verità potrebbe contenere, in tutto o in parte, una mistificazione.
La persona più abile e generosa può apparire, in questo contesto, troppo bella per essere vera, la persona più spregevole può apparire santificata da verità inventate.
Accettando di delegare il potere di definire la verità al sistema tecnologico e mediatico accettiamo di vivere in un vortice di informazione prodotta per sostenere una mistificazione piuttosto che un altra.
Il pandemonio causato dal coronavirus ha reso maggiormente apprezzabile l’idea di un’esperienza di vita surrogata, mascherata, nella quale cerchiamo il riconoscimento del gruppo senza dover incontrare i singoli.
A scrivere la storia dei nostri giorni saranno ancora i vincitori di una guerra fatta di menzogne, ma le capacità tecnologiche alle quali siamo pervenuti ci consentiranno di creare mistificazioni di proporzioni mai viste prima.
Mentiamo a noi stessi, e ogni giorno è più difficile sorprenderci nel farlo, la vita surrogata fagocita quella reale.

Fica
La pornografia ha sostituito e surrogato la sessualità, il porno è anche il primo campo di applicazione delle nuove tecnologie, che si affermano e trovano i loro standards in questo ambito, a ragione degli alti budget a disposizione.
L’industria pornografica oggi si concentra da un lato sulla categorizzazione maniacale dei diversi generi pornografici, includendo oltre a razza, proporzioni corporee, numero dei partecipanti, età, colore dei capelli, orientamento sessuale, ecc. ; dall’altra sulla possibilità di rendere maggiormente immersiva l’esperienza di fruizione dei contenuti ad un costo accessibile a tutti.
L’obiettivo è quello di creare un perfetto surrogato dell’atto sessuale, eliminando l’atto in sé, attraverso l’eliminazione dell’altro, sostituito da un monitor, da un visore, da una bambola, da un robot, l’esperienza della sessualità non deve essere condivisa e può rispondere alle aspettative specifiche del fruitore.
L’utente può scegliere esattamente cosa deve succedere o a cosa vuole assistere, non ci sono sorprese o rischi di alcun genere.
La sessualità come profonda unione con un altro essere umano, e come istante di beatitudine, vuole essere sostituito da un atto realistico e meccanico, essenzialmente falso ma più vicino alle nostre preferenze, più facile, più sicuro.
Il sesso come funzione primaria ed irrinunciabile dell’esperienza umana, può essere accantonato e sostituito da una mistificazione che soddisfi la pulsione, senza compromettere la nostra asettica solitudine.
Il contatto con un altro essere umano è vissuto come potenzialmente pericoloso a livello fisico e psicologico, la soddisfazione delle nostre pulsioni primarie deve avvenire senza conseguenze e sensi di colpa, interfacciandosi con una macchina che non ha coscienza, non può scegliere né soffrire. Gli organi sessuali un tempo venerati e utilizzati quale simbolo di virilità e abbondanza, hanno già perso parte della loro funzione e conseguente importanza, l’atto sessuale, la presenza di un sesso di genere maschile e di uno di genere femminile, la fertilità di entrambe le persone coinvolte, non sono più necessarie per il concepimento.
L’atto in se si è trasferito dalla zona genitale alla zona cerebrale, il sesso degli anni venti è metafisica pura.

aZione
L’artista degli anni venti, deve URLARE che almeno UNO non è disposto a specchiarsi nelle menzogne che ci vengono raccontata ogni giorno.
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Dataismo

Il presente viene calcolato continuamente.
Dice Han, Byung-Chul in “La salvezza del bello”

I dati hanno qualcosa di pornografico e osceno: non possiedono alcuna interiorità, alcun rovescio, alcun doppiofondo, e per questo si differenziano dal linguaggio, che non ammette una definitezza totale.
Così come l’informazione è una forma pornografica del sapere: è priva di quella interiorità che contraddistingue il sapere.

*Numerandia è la patria del dataismo, il paese dove i grafici governano le esistenze.
Tutto deve essere misurato e comparato per il raggiungimento di un qualche obiettivo stabilito.
Il Dio del merito quantifica numericamente anche ciò che non può essere misurato.
Indicatori numerici con acronimi anglofoni tentano di spiegare la realtà e fermare l’attimo, con colori e grandi slanci verso l’alto seguiti da immani tonfi nell’abisso.
Un elettroencefalogramma, una sincope coronarica, un infarto e una nuova vetta conquistata, una serie di candele, un quanto, una performance, una classifica, un podio, un vincente, un nuovo grande obiettivo raggiunto, una sequela di numeri che si perdono nel nulla della ruggine del tempo.
Il dataismo misura la superficie del nulla.
Il grafico è già vecchio mentre viene disegnato, macchine contano e misurano operazioni di altre macchine che obbediscono a ordini di uomini che consultano macchine che contano e misurano altre macchine per sapere cosa consigliare di ordinare.
Il dataismo conta.
Bisognerebbe inventare un valore che non valga nulla, nemmeno 0, un valore che non possa valere nessun valore. Un valore per valutare ciò che non può e non deve essere valutato.
Un valore che valga esattamente un: “non me ne frega un cazzo di sapere quanto vale”.
Gli esseri umani si arricchiscono e si impoveriscono, cercando di prevedere i grafici dei minuti, giorni, mesi, anni, decenni futuri. Il valore delle cose nel tempo futuro determina il loro status economico immaginario.
Si gioca sulla previsione dei numeri che verranno, dei risultati, del apprezzarsi o deprezzarsi di un bene, di una performance, di un idea che renderà denaro, di una risorsa che scarseggerà aumentando il proprio valore e affamando chi ne ha bisogno.

*Numerandia è il nome che, in un video realizzato nel 2007, mio figlio Mattia a 6 anni dava alla terra.
https://www.youtube.com/watch?v=vc9kPFnmlKM&t

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Life is a game
Testo di introduzione alla serie “Anconette del cuore”

La vita è un gioco indipendente dalla ragione,
attraversa i limiti fisici della realtà per sfociare nello spirito.
La vita è un gioco libero, e l’arte è un giocattolo
che abbandona il ruolo di feticcio
per ritornare alla sua natura ludica e sacrale,
perchè è solo il gioco “serio” (il gioco giocato dai bambini)
che sa innalzarci a quelle vette di bellezza e santità
precluse alla ragione.

Life is a game independent of reason,
it crosses the physical limits of reality to flow into the spirit.
Life is free play, and art is a toy
that abandons the role of fetish
to return to its playful and sacred nature,
because it’s just the “serious” game
(the game played by children)
that knows how to lift us to those
heights of beauty and holiness
precluded from reason

Non bisogna prenderla troppo sul serio, è solo la nostra vita,
una danza con tanti inciampi,
una furia piena di carezze,
un sublime gioco al quale non si può perdere.

Se tutto il nostro costrutto sociale, culturale ed artistico nasce in prima istanza come gioco, possiamo immaginare che giocare e vivere siano la stessa cosa.

La vita è il gioco di non sapere nulla,
da dove si arriva e dove si sta andando,
un gioco open world e open outcome.

Giocare dovrebbe essere il primo comandamento, l’Italia dovrebbe essere una repubblica fondata sul coraggio di giocare alla vita.
In Toy Story 2 Stinky Pete è un pupazzo anziano cercatore d’oro, non è mai stato tolto dalla sua scatola originale, non ha mai vissuto, vede la sua esposizione al museo di Tokyo come unica possibilità di redenzione per la sua esistenza.

Se non giochiamo la nostra vita,
nessuno potrà goderne,
nemmeno in seguito,
anche se conservata in ottimo stato,
mai usata.

Il gioco e il giocattolo sono una metafora del nostro potere sul mondo che ci circonda, il ricordo del nostro essere onnipotenti e creatori del futuro che ci attende.
Le anconette che ho realizzato sono scrigni del nostro giocare passato, a perenne ricordo del nostro essere stati bambini, del nostro aver creato noi stessi attorno a quel bambino che tuttora alberga in noi.
Le anconette sono scrigni di ricordi, finestre spazio temporali in grado di fermare il tempo in un preciso istante, in un attimo di intima contemplazione e meditazione.
Possono prestarsi a contenere oggetti del proprietario o icone di un tempo che non c’è più, sono scatole del tempo passato, icone immortali, voti a divinità profane, bandierine sulla linea del tempo, ex voto, con immagini, musica, profum, parole, sussurri, sono suggestioni, evocazioni di tempo passato.
La loro sacralità sta nel nascere chiuse, segrete, occulte agli occhi di tutti tranne che ai nostri. Il loro interno, dorato e laccato, rappresenta il cuore, il bambino dentro di noi, la musica e il suono di quel soffio di tempo della nostra vita.
Le ancorette sono cassaforte dei ricordi del cuore.
La scatola che contiene il nostro cuore ha subito le intemperie della vita, come la chiesa romanica, la scatola che contiene il nostro cuore non ha nulla di bello,  è arrugginita,  solo con la giusta chiave è possibile aprirla.

Il culto sorse e crebbe in gioco sacro, la poesia nacque in gioco e continuò a vivere in forma ludiche, musica e danza erano gioco puro, saggezza e sapere si manifestarono in gare sacre, le convenzioni della vita nobile erano basate su forme di gioco, la cultura nelle sue fasi originarie viene giocata, la cultura si sviluppa nel gioco e come gioco.
Johan Huizinga

Dopo che avrete tenuto il vostro bambino tra le braccia amorevolmente, sarete in grado di guardare in profondità.
Thich Nhat Hanh

Visualizzate voi stessi come un bambino di cinque anni, e invitate questo bambino a stare con voi, quel bambino o bambina che è ancora vivo in voi
Thich Nhat Hanh

Una cosa che non contiene né utilità né verità, né un valore di paragone, e non ha neanche facoltà dannose, va giudicata nel miglior modo secondo la grazia che ha e il piacere che da.
Un siffatto piacere è il gioco.
Platone

Nel dialogo platonico Nomoi (Le leggi), si dice: […] l’uomo […] è soltanto un giocattolo fabbricato dagli dèi, ed in effetti questa è la sua parte migliore. In conseguenza di questa concezione, ogni uomo e ogni donna devono vivere giocando al meglio possibile questo gioco.
Platone

Ovunque si lavora e si produce non siamo insieme alle divinità e non siamo noi stessi divini. Gli dèi non producono, né lavorano
Byung-Chul Han

Nel mezzo della crisi finanziaria, in Grecia si è verificato qualcosa che sembra un segno dal futuro. Alcuni bambini hanno scoperto un grande fascio di banconote in una casa diroccata e ne hanno fatto un uso del tutto nuovo: si sono messi a giocarci e a strapparle. Questi bambini anticipano in qualche modo il nostro futuro: il mondo è in macerie. Tra queste rovine, noi giochiamo – come quei bambini – con delle banconote e le strappiamo. Questi bambini greci profanano il denaro, il capitale, il nuovo idolo, facendone tutto un altro uso, ossia giocandoci. La profanazione trasforma improvvisamente il denaro, oggi cosí feticizzato, in un giocattolo.
Byung-Chul Han

Ovunque si lavora e si produce non siamo insieme alle divinità e non siamo noi stessi divini. Gli dèi non producono, né lavorano.
Byung-Chul Han

Qui nolet fieri desidiosus, amet.
(Chi non vuole diventare inerte, ami.)

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Storie di Jazz
Il mio jazz per il Caserta Jazz Festival

Se devo ricordare un periodo felice della mia vita, scelgo sempre l’infanzia, forse perché di quel tempo ho conservato solo i ricordi felici e spensierati, rimuovendo quelli tristi grazie all’alibi della dimenticanza.
Ogni soggetto del mio lavoro artistico nasce dal ricordo edulcorato della mia esperienza di fanciullo, e da tutto quello che ho osservato e ascoltato in quegli anni, ogni frammento di quel tempo si è fissato, cristallizzato in reperto mitico e irripetibile, fotogrammi della tv, anime giapponesi, fumetti, videogiochi, automobili, pallone, fantascienza, e soprattutto la musica.
Ho avuto, tra le altre, la fortuna di crescere con una colonna sonora, il jazz.
Un padre pianista non passa inosservato, un padre pianista jazz ancora meno, e questo ha fatto di di me un autentico privilegiato, una singolarità, in un mondo di padri omologati fra loro, ero il figlio di un pianista con la barba e l’animo hipster, che in origine significava: appassionato di jazz, insofferente del conformismo sociale e dedito a uno stile di vita fondato sulla libertà delle scelte e sulla riscoperta dell’interiorità individuale.
Tutto intorno era deserto piatto e grigio, come solo la Torino-Fiat degli anni ottanta poteva essere, mentre io vivevo in una casa incantata dove un pianoforte rideva sempre.
Oggi mio padre suona un pianoforte mezza coda piazzato al centro di una stanza, all’epoca avevamo un pianoforte verticale, umile e fiero, regalo di mio nonno a mio padre in età di fanciullo; era stato collocato contro il muro confinante con la cameretta mia e di mia sorella, ignoro se la posizione del pianoforte fosse stata pianificata per permetterci un ascolto stereofonico, più probabilmente ci era finito grazie alla saggezza infinita del caso, in ogni modo noi ragazzi potevamo sentire ogni nota attraverso il muro, era come essere sempre in una sala da concerto.
Sentivamo perfettamente anche il il trio jazz, pianoforte, contrabbasso e batteria, che si trovava a casa nostra per provare tutti i giovedì, qualche volta sentivamo anche il quintetto con sax e voce, ma a quel punto i vicini di casa dovettero chiamare i carabinieri e il quintetto finì per provare altrove,
Il jazz risultava piuttosto ostico a noi bambini, quei brani che sembrano non finire mai, dissonanze perenni, ritornelli inesistenti, lingue e carnagioni sconosciute, musicisti sudati con lo stile da clochard; eppure mi incuriosiva quel ritmo e quell’accanirsi sugli strumenti. Spiavo dal corridoio attraverso la porta a vetri smerigliati dello studio, sentivo la musica e vedevo figure, in controluce, muoversi a ritmo in mezzo al fumo di mille sigari e sigarette.
Sembravano musicisti fra le nuvole, Scat Ca e la banda di gatti randagi jazzisti degli aristogatti.
Crescendo mi misi a saccheggiare l’armadio dei dischi, uno dei pochi luoghi interdetti della casa, e probabilmente per questo uno dei più appetibili, all’interno si trovava la storia del jazz in una serie infinita di 33 giri con le loro enormi copertine, anche se non ero ancora smaliziato all’uso del giradischi, approfittavo delle assenze di mio padre per farmi una cultura musicale, e il mio passaggio rimane testimoniato dalle profonde accidentali righe trasversali sui vinili.
Paolo Conte in quegli stessi anni (1984) scriveva una canzone che si intitola “Sotto le stelle del jazz” nella quale sostiene che “Le donne odiavano il jazz, e non si capisce il motivo”, posso solo confermare che mia sorella non era una appassionata del genere, mentre mia madre, il jazz, lo detestava del tutto e ad oggi non ha cambiato opinione.
Della mia infanzia a contatto con una musica così diversa da quella che ascoltavano tutti, mi è rimasta la passione per i sigari, il piacere di dipingere ascoltando Keith Jarrett (in silenzio naturalmente), e la curiosità ossessiva per le cose molto lontane da ciò che mi circonda, il Giappone, Dio, Godzilla, Alfa centauri, le cose strane, singolari, ancora non spiegate o inspiegabili, potenziali svolte benefiche dell’esistenza.
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La fede calcistica come unica identità certa ed irrinunciabile
L’identità, come consapevolezza di sé e della propria personalità, è un aspetto dell’essere umano in continuo divenire che riguarda il modo in cui un individuo si considera e costruisce se stesso come membro di un determinato gruppo sociale, religioso, nazionale, sessuale, culturale, etnico, politico, professionale.
Se è vero che ciascuna persona va definita non in quanto tale, ma in riferimento al periodo di tempo nel quale esiste (Korzybski), la nostra riflessione si basa sul fatto che nel periodo storico nel quale viviamo le persone si sono allontanate dai gruppi, modificando di conseguenza i confini della propria identità.
Il problema dell’identità intuito da Pirandello in modo esemplare nel romanzo Uno, nessuno e centomila, e nel Fu Mattia Pascal, si è ulteriormente complicato nell’era dell’identità fluida nella quale si sono persi alcuni riferimenti essenziali, i propri confini identitari (Z. Bauman) e i propri confini fisici e anagrafici attraverso la rete.

Nel corso delle epoche gli esseri umani hanno trovato la loro identità, di singoli e di gruppo, prima nella religione, poi nella nazione, successivamente nella politica e infine nella professione.
L’epoca in cui viviamo è fluida nel senso che gli individui definiscono ogni giorno la loro identità religiosa, nazionale, politica e professionale, e di conseguenza la loro identità sociale e la loro classe sociale.
La spinta verso l’identità fluida della nostra epoca storica porta gli individui verso un certo grado di dissociazione, per cui anche in circostanze di vita ordinarie, un individuo può sentirsi più irreale che reale, letteralmente più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione. Può mancargli la sensazione della continuità temporale; può fargli difetto il senso della propria coerenza o coesione personale. Si può sentire come impalpabile, e incapace di ritenere genuina, buona e di valore la stoffa di cui è fatto. Può sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo.(R.D. Laing)

Se le identità che hanno da sempre caratterizzato gli esseri umani tendono a confondersi e a divenire meno certe e definitive generando dissociazione, altre identità ugualmente non definitive si sono affermate in diversi campi della nostra vita, dall’identità sessuale a quella alimentare/gastronomica, culturale, spirituale, mistica, ecc.
In questo quadro una delle poche identità certe e definitive del nostro tempo, in special modo nei paesi occidentali e nell’america latina, è rappresentata dalla fede sportiva e in particolar modo da quella calcistica che assurge a rito giocoso e catartico e che rimanda al tempo aureo dell’infanzia..
L’individuo all’interno dello stadio di calcio ritrova quell’identità definibile e riconoscibile, all’interno di un gruppo di persone eterogenee per etnia, religione, orientamento politico, sesso e orientamento sessuale, culturale, professionale e classe sociale; accumunate unicamente dalla fede calcistica espressa in riti, simboli, orgoglio, colori, bandiere, cori, ritmi..
In molti casi la fede calcistica diventa così l’unica identità certa ed irrinunciabile dell’uomo occidentale contemporaneo, i calciatori
assurgono al ruolo di paladini, condottieri di un immaginario eroico sognato.
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Lavorare stanca
(Articolo per la rivista “Effetto arte”)
Bisogna essere folli per sentire la malinconia dei tempi andati, soprattutto se si è nati artisti.
Da giovani artisti siamo artisti come tutti gli altri, un poco più giovani e molto più poveri di un artista vero, per cercare di capire come funziona il mondo dell’arte, il giovine artista, inizia a frequentare gli studi degli artisti veri, che si affollano di persone di ogni tipo, intente a cercare di capire come si diventi artisti veri.
Passano molti anni tra il desiderio di vivere della propria arte e un contratto che permetta al giovine artista di campare decentemente, giunto all’anelato risultato di trasformare la propria passione in un lavoro, il giovine artista, divenuto artista vero, si ritrova dinanzi ad un grande problema: lavorare.
Probabilmente a causa dei molti anni trascorsi in attesa, l’idea di dover produrre opere in un tempo prestabilito, di doversi alzare ad un ora prestabilita, di dover in fin dei conti lavorare, gli appare del tutto assurda.
Il giovine artista sembra chiedersi “Ho fatto tutta questa fatica e atteso tutto questo tempo per avere semplicemente il privilegio di lavorare? E meno male che a quarant’anni sono ancora considerato un giovine artista!”;
Bisogna riflettere sul fatto che la produzione artistica di un autore è, di norma, una produzione, e in quanto tale va effettivamente prodotta da qualcuno, e che questo qualcuno non può che essere l’autore.
Fin qui tutto scontato, ma vi stupireste di sapere quanti artisti si lamentino di dover sudare per produrre i propri lavori, e come dargli torto; le persone normali lavorano otto, dieci ore al giorno, l’artista lavora sempre.
E non basta, l’artista non conosce pause caffè o pisolino, è sempre in ritardo con le consegne, e vive incatenato nel suo studio, impossibilitato a muoversi o distrarsi.
Come se non bastasse a molti di questi stacanovisti del nuovo millennio, non è nemmeno permesso il lusso di lavorare seduti, pensate al pittore che in piedi tutto il giorno, si sposta di continuo dal cavalletto alla parete alle sue spalle per osservare l’insieme del suo quadro; o allo scultore che modella, sposta, alza, trasporta, neanche fosse una ditta di traslochi; il fotografo che si sveglia alle quattro di mattina per cogliere la prima luce sulla rugiada e si ritrova alle undici di sera a controllare i suoi scatti appiccicato al monitor del suo personal computer. Lo scrittore ammanettato alla tastiera.
L’artista si sente in gabbia e ricorre alla creatività pura inventando mille modi per rendere questa dorata prigionia maggiormente accettabile e confortevole. C’è chi passa la giornata parlando al telefono, con le cuffiette naturalmente, c’è chi si fa installare uno o più televisori e satelliti, c’è chi ascolta la radio, invita amici e parenti, detta memorie, da riparo ai senza tetto ,ospita concertanti e filarmoniche o semplicemente fuma come una ciminiera.
Lo studio di ogni artista diventa allora luogo di ritrovo, circolo, punto di riferimento per tutte quelle persone che stanno cercando un modo di trasformare la propria passione in un lavoro.
Forse l’artista non lavora veramente, eppure si stanca un mondo, forse perché anche se non lavora veramente, lo deve fare di continuo, non può smettere e non può sedersi, o non può alzarsi, a seconda del dono artistico che ha ricevuto; ma soprattutto deve mettere continuamente in gioco se stesso e il suo mondo interiore, è costretto a parlare tutti i giorni con il suo inconscio rumoroso, passa giornate intere a chiedersi se sta facendo qualcosa di utile, vero, importante, o se sta semplicemente lavorando.
Nascere artisti è una meravigliosa maledizione, credetemi.
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Spam
(Articolo per la rivista “Effetto arte”)
Ci sono giorni nei quali il “giovine” artista controlla la propria casella di posta elettronica per ripulirla dalle 8.723 email di sedicenti galleristi, promotori, organizzatori, eccipienti ed esaltatori di sapidità.
L’ecologia profonda inizia anche da qui.
Per ogni persona che ci propone un’iniziativa interessante per promuovere il nostro lavoro, ce ne sono 8.722 che propongono cafonate impronunciabili a prezzi iperbolici.
È in questo contesto che il “giovine” artista deve trasformarsi in un novello cercatore d’oro, passando al setaccio e ributtando nella palude fangosa del far west dell’arte le offerte indicibili e mettendo nel taschino le pagliuzze e le pepite che faranno la sua fortuna.
Con pazienza il nostro eroe deve lasciare l’amato cavalletto e farsi inondare da questo denso fiume di roboante informazione promozionale detta anche spam.
La pratica dello spam consiste nell’invio di messaggi indesiderati attraverso qualunque sistema di comunicazione. Il termine trae origine da uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus, ambientato in un locale nel quale qualunque pietanza proposta dalla cameriera conteneva un imprecisato ingrediente chiamato Spam corrispondente ad un marchio di carne in scatola prodotto dalla americana Hormel Foods Corp.
La scatola di Spam rappresenta dunque la zuppa Campbell di questo inizio secolo.
Non sarebbe il caso di sottrarsi a questo martirio distruggendo in un sol colpo tutte le email indesiderate e quelle provenienti da mittenti sconosciuti? Assolutamente NO.
L’artista, in quanto tale, deve violentarsi alla curiosità, deve approfondire, deve sporcarsi le mani, deve compiere il processo alchemico che trasforma la merda in oro, Manzoni dixit.
Nel corso degli anni, nella posta indesiderata ho trovato i migliori collaboratori, le migliori opportunità di lavoro e le fidanzate più disinibite.
Dunque il lavoro di setaccio deve procedere, partendo dall’eliminazione delle mail che riportano nel soggetto proposte sessuali esplicite, trattasi di mittenti meretrici, e quelle che ci comunicano con entusiasmo che HAI VINTO! ad un concorso al quale non avevamo partecipato.
In ultimo rimangono le mail che potrebbero contenere qualcosa di interessante.
Il nostro cercatore deve aprirle e, leggendole di traverso nel minor tempo possibile, valutarne l’attendibilità e decidere se rispondere o cestinare.
Ultimi giorni per aderire a … CESTINATO, gli artisti non amano lavorare di fretta.
Eccezionale opportunità espositiva a… CESTINATO, troppo ostentato.
Hai mai pensato di esporre al Louvre con soli … CESTINATO, buona notte.
Gentile “giovine” artista, abbiamo visionato il suo lavoro e vorremmo inserirla all’interno di questa iniziativa curata dal famoso critico … nella famosa città di … durante il famoso festival di …RISPONDO.
Passano pochi minuti e il nostro eroe riceve la telefonata di una sedicente Dottoressa promoter che magnificando il lavoro artistico di cui a preso visione assieme al famoso critico (nei precedenti due minuti immaginiamo), lo invita a non indugiare perché ci sono solo più pochi posti.
Dal telefono si capisce solo che la Dottoressa Promoter è milanese, ha una bella parlantina, sta proponendo l’occasione della vita, è molto truccata e profumata.
Non fosse altro che per il profumo il “giovine” accetta di ricevere una mail, che arriva dopo tre secondi, con tutte le informazioni del caso.
Egregio Giovine Artista,
come da intercorsi accordi telefonici, con la presente sono a inviarle, la proposta per esporre le sue opere nella città di … durante la manifestazione curata dal famoso critico …I servizi che Le forniremo sono i seguenti: 1) Organizzazione generale e segreteria; 2) Presentazione del famoso critico d’arte; 3) Partecipazione all’inaugurazione di noti intellettuali e critici d’arte; 4) Presenza, durante l’Evento, di personaggi del mondo della cultura e della televisione; 5) Allestimento e disallestimento; 6) Guardiania; 7) Assicurazioni delle Opere in loco; 8) Stesura del testo critico del famoso Critico d’Arte che sarà inserito nel catalogo della Mostra; 9) Stampa ad arte del catalogo del Festival; 10) Ideazione grafica e stampa di inviti e locandine; 11) Promozione degli eventi sul web; 12) Ideazione e stampa del roll up; 13) Richiesta di vari patrocini; 14) Ideazione grafica e stampa della Sua biografia e del colophon che saranno esposti durante la mostra su pannelli in forex; 15) Distribuzione del materiale promozionale; 16) Ufficio stampa; 17) Coordinamento dei contatti con le Autorità (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione, Provincia e Comune); 18) Organizzazione del cocktail per la serata inaugurale; 19) Inviti a collezionisti ed esperti di settore; 20) Cameraman professionista per le riprese del vernissage; 21) Organizzazione di una conferenza stampa che vedrà la partecipazione di quotidiani, radio e televisioni; 22) Spazi pubblicitari della manifestazione su riviste specializzate; 23) Fotografo professionista per la serata di inaugurazione e consegna di un cd con le foto; 24) Realizzazione e montaggio di un video dell’apertura; 25) Cena di gala dopo l’inaugurazione della Mostra; 26) Camera in Hotel per la notte dell’inaugurazione.

Per questo pacchetto di servizi è richiesto un rimborso spese di € 28.000,00 + iva più una sua opera a nostra scelta tra quelle esposte al Festival.
Certa che comprenderà l’interessante occasione, e rimanendo in attesa di un cortese riscontro, porgo cordiali saluti.
Dottoressa Promoter
Il nostro artista si rende subito conto che essendo “giovine” non possiede nemmeno una minima parte della cifra richiesta a titolo di “rimborso spese” e interrogandosi sul significato stesso del termine, si rende altresì conto che sta sprecando tempo con l’analisi di una mail inutile quando potrebbe dedicarsi più profittevolmente all’invio delle sue 20.000 mail per comunicare a tutti che il suo nuovo quadro è quasi pronto.
Si compie così il ciclo naturale che genera quella costante produzione di informazioni spazzatura che lentamente, macerando, generano l’humus sul quale germoglia e cresce inesorabile l’Arte.
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Fotocrazia
(Articolo per la rivista “Effetto arte”)
Estate.
Il tempo nel quale abbandoniamo la nostra dimora per un luogo altro, qualsiasi.
Anche l’artista viaggia, in mezzo agli altri fuggitivi, e osserva l’esodo post atomico.
Per i bei vicoli italioti è tutto un set di uomini e donne che si fotografano a vicenda mettendosi in posa a forza di urla, le immagini così prodotte partono dai telefoni per raggiungere apparecchi di altre persone, verosimilmente intente, a loro volta, ad immortalare parenti dinnanzi a paesaggi esotici.
Se si potesse tracciare questo traffico di souvenir visivi si scoprirebbe che siamo accidentalmente presenti nelle foto delle vacanze di molte altre persone e che le nostre immagini vengono usate per descrivere le vacanze immaginarie di impiegati di call center telefonici.
Dalle Alpi alle piramidi il raptus istantaneo contagia chiunque, dobbiamo produrre la prova provata di essere stati veramente in questo luogo oggi, tutti devono sapere che ci stiamo godendo la vita, oggi.
Intasiamo le nostre memorie digitali, riempiamo i nostri hard disk di immagini della nostra felicità mondana!
Benché sia certo che tutto sia già stato fotografato almeno una volta, siamo sicuri che non sia stato fotografato da noi, e questo ci basta.
Documentiamo per i posteri, per la storia, a futura memoria digitale.
Nascono spazi virtuali di condivisione nei quali possiamo raccontare la nostra vita vacanziera per immagini, le nostre imprese, le nostre conquiste, il nostro sguardo sul mondo in pausa; vendiamo la nostra immagine immaginaria di noi stessi.
Cerchiamo di far vedere a quanti più possiamo, condividiamo, promuoviamo le immagini della nostra vacanza come fossero prodotti, ammaliamo gli sconosciuti al fine di farli diventare nostri seguaci, chi mi ama mi segua.
La mia felicità, il mio divertimento, il mio spasso, li vendo al prezzo di un attimo del tuo tempo, quello che ti serve per dire che ti piace, che apprezzi, che mi vorresti conoscere.
Cosa rimane di questo immane traffico di informazione visiva di pessimo gusto? Nulla.
Siamo noi stessi a cancellare la maggior parte degli scatti che ci erano sembrati fantastici, in uno si vede che siamo ingrassati, nell’altra la nipotina a fatto le corna, e in questa un artista cretino è passato davanti al sole che tramonta.
Solo una minima parte finirà sui nostri social, dove rimarrà nei secoli dei secoli incancellabile, Amen.
Più che i quindici minuti di popolarità, è una vita intera passata a descrivere come ci piacerebbe essere, come ci piacerebbe vivere, come vorremmo che ci vedessero gli altri.
Un tempo, si poteva ammorbare l’esistenza di amici e parenti con la proiezione di venti caricatori di diapositive, i più arditi avevano prodotto in vacanza un video in formato VHS, con commento sonoro letto dalla guida turistica; oggi la fotografia e il video documentaristico sono gratis, come la democrazia.
Tutti possono fotografare, filmare, votare, formare partiti politici, e lo fanno veramente, senza vergogna, a prescindere dalla propria cultura o competenza.
L’artista osservatore, analizzando a fondo la situazione si rende conto che esistono solo quattro soluzioni per godersi un panorama o visitare un monumento in questo periodo:
A) Cercare la foto del panorama o del monumento su internet.
B) Alzarci alle cinque di mattina, e qualcuno lo fa, ma non gli artisti che son’ troppo pigri.
C) Andare al bar a leggere un buon libro di fantascienza.
D) Andare a vivere in Korea del Nord.
Mentre meditiamo sul da farsi, una ragazza fa una foto ad un amica che si sta fotografando da sola, le campane suonano a distesa, oggi è morta un altra arte, e i fotografi raggiungono i pittori nell’eden degli inutili meravigliosi testardi d’un tempo.
Arriverà una giovane vergine a ripensare da zero l’idea stessa di fotografia?
Una provvidenziale pioggia solare distruggerà il mondo digitale restituendo la dignità all’artista fotografo?
Possiamo semplicemente farci rassicurare dalla certezza che la memoria digitale, sulla quale salviamo le nostre immagini, non arriverà integra agli archeologi dell’anno 4000, impedendo agli storici di marchiare la nostra epoca come la più patetica di tutte.
A scuola siamo costretti a sorbirci letture strazianti e visioni aberranti di epoche sepolte, e questo solo a causa dell’immortalità di carta e papiro; la nostra epoca, al contrario, produce quantità sproporzionate di informazione inutile che si autodistrugge in un
inconscio atto di ecologia profonda.
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Zoolatria al contrario

Gli esseri che dipingo in ambientazioni e abiti da selfie glamour, sono persone stereotipate e stritolate dagli ingranaggi del sistema per il quale svolgono una funzione, sono funzionari entusiasti dello stesso sistema che li calpesta.
Il carattere animalesco della testa viene a rappresentare una deminutio dell’essere umani, a vantaggio di una “qualità” animale.
Un mix terribile tra i Vogon di Douglas Adams e piccoli burocrati di Dostoevskij, in triplice copia, che ostacolano costantemente il passaggio altrui.
Essi belano, grugano, grugniscono e gridano, tutti insieme all’unisono.

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Distrarsi ad arte
(Articolo per la rivista “Effetto arte”)
Forse poeti e scrittori lavorano in silenzio. A dirla tutta anche io, mentre scrivo per voi o per me, sono solito farlo senza distrazioni visive o acustiche; ma per quale strano motivo l’artista visivo, nell’atto di portare la sua idea sulla tela o nella materia, sente il bisogno innato di distrarsi.
Dovrebbe essere condotta un indagine scientifica per capirne i motivi, forse l’ansia di vedere un buon risultato si tramuta nella paura di finire troppo velocemente, forse siamo colti dalla fanciullesca abitudine a fare i compiti guardando i cartoni animati, o forse, semplicemente, lavorare stanca.
In ogni modo negli studi d’arte si possono osservare diverse modalità con le quali l’artista ama distrarsi, dalle più classiche alle più ardite e creative.
Il caffè rappresenta certamente la prima e universale distrazione di qualsiasi studio d’arte, l’essenziale è utilizzare la moka e non le moderne macchinette a cialde, il tempo necessario a far passare l’acqua dalla caldaia attraverso il caffè, fino alle tazzine, ci permette un breve riposo e due chiacchiere con assistenti, galleristi, visitatori, o in mancanza di questi, con personaggi immaginari; inoltre rimaniamo certi che dopo un buon caffè il nostro lavoro procederà più spedito.
In realtà all’ottavo caffè della giornata il fisico assuefatto non riceve alcun beneficio, inoltre molti amano fumare interminabili sigari proprio a seguito di un buon caffè, il che rende gli studi d’arte piuttosto fumosi e quasi del tutto privi di ossigeno, cosa che contribuisce ad una leggera sonnolenza diffusa.
Ma allora il caffè non serve a nulla, ci viene da pensare.
Il telefono, al pari del caffè, è una continua beata fonte di distrazione, pigola per ogni messaggio, condivisione su facebook, messaggi del gestore, appuntamento e reminder; strilla annunciando amici, parenti, colleghi e numeri sconosciuti, che vogliono affabularci con offerte e storie incredibili, evidentemente ispirati da un angelo che si è preso pena per la nostra annoiata condizione di esecutori della nostra idea creativa.
Ultimo classico motivo di distrazione sono le domande dei vostri assistenti e collaboratori, domande quasi sempre pertinenti e dovute al fatto che non gli avete appositamente spiegato bene il lavoro da svolgere, in modo che vi potessero disturbare al più presto;
per dirimere i dubbi sulla tonalità del gesso da stendere sulle tele o sulla tonalità di monocromo da utilizzare, non c’è nulla di meglio che fermarsi un attimo e per prima cosa preparare un buon caffè.
Ed ecco che il ciclo ricomincia.
Ma per molti tutto ciò non è sufficiente, ed ecco nascere, accanto ai cavalletti, palafitte semoventi costituite da libri d’arte, che accolgono sulla loro sommità televisori da sessanta pollici, sistemi surround con subwoofer amplificati in grado di far rovesciare o esplodere ogni bicchiere del quartiere, sistemi più o meno elaborati per ascoltare musica, audio libri, conferenze, guardare partire di calcio, dettare memorie, intrecciare rapporti d’amore e di lavoro.
Tutto per distrarsi un pochetto e non avere quella terribile sensazione di essere al lavoro.
Il bisogno di distrazione è una patologia che, prima o dopo, colpisce qualsiasi artista e creativo, tanto vale rassegnarsi e scegliere la distrazione che preferite, io consiglio letture di classici e musica dal vivo, il fatto di avere qualcuno alle vostre spalle che legge, suona o parla, vi aiuterà anche ad andare avanti con il vostro lavoro, se non altro per una questione di ego.
L’atroce prezzo che si paga a questa sindrome consiste, naturalmente, nel passare il sabato e la domenica soli in studio, a finire il lavoro che si è portato avanti mollemente durante l’intera settimana, un prezzo che, in fondo, si paga volentieri, perché ci fa sentire davvero appassionati del nostro lavoro.
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Apocalipse fantástico
Sul cartello stradale in direzione dell’aeroporto ho visto il disegno di un aeroplano che somigliava misteriosamente ad uno sgombro volante, ho immaginato fosse stato disegnato da un geometra del comune, un povero disgraziato che aveva scarabocchiato sulla busta del panino, il layout definitivo da mandare in stampa, o forse il poveretto lo aveva copiato dai cartelli di altri paesi o, più probabilmente, di altri pianeti nei quali gli aeroplani potevano volare e inabissarsi in mare a piacimento.
Viaggiavo accanto ad una vecchia ucraina, due ragazzine, l’uomo lupo e una famiglia di egiziani, andavano tutti via, lontano, forse a trovare un uragano.
Siamo dovuti passare a vedere le case brutte costruite negli anni sessanta, un tempo nel quale gli architetti godevano di immunità planetaria ed erano onnipotenti, un tempo nel quale in Italia era pieno di spazio vuoto e nessuno sapeva come riempirlo, purché il nulla venisse annientato, pensavano: “meglio brutto che l’erba”, un tempo nel quale tutti chiedevano a Dio di aprirgli un nascondiglio fuori dalla natura.
Ci si appassiona di più ad un brutto artificio che ad un bel pezzo di merda.
La Natura anarchica ci spaventa più della bruttezza asettica e noi costruiamo cose brutte che ci rassicurino
L’immortalità della natura, il suo esserci sempre e per sempre, il suo mangiare l’asfalto con le radici degli alberi, la sua forza distruttrice e generatrice che alimenta l’universo, ci mette a disagio, ma è il disagio del sentirsi
passeggeri su questa terra, la consapevolezza che la natura, prima o poi, ci riprenderà con sé…

[ Continua nel pdf, 13 pagine ]



Apocalisse

Ha appena compiuto quindici anni,
dice che per quando ne avrà trenta
non ci sarà più nulla.
E’ tutto papà.

“Apocalisse verrà”

Uragano urlerà e Tempesta soffierà,
si apriranno come scatole i palazzi di cartone,
Vulcano brucerà gli inutili soldi di Monopoli.

E non lucevan le stelle,
ma meteore a cancellar montagne.
Sublimi le ultime immagini,
Natura che vince la nostra guerra contro gli stupidi.

“Odia gli stupidi, aiuta i deboli”

Taglio il cartone delle valigie di mio nonno,
raccolgo quello delle barche perdute,
che portano al parco giochi i bambini affogati,
ad abrracciar Godzilla,

“formidabile mostro giapponese, dagli occhi di fucina”

Raccolgo cartone abbandonato,
veicolo di infinite merci effimere,
nascondiglio di esuli e droghe.
Come barbone,
su cartone e cotone,
dipingo Apocalisse in accelerazione.

Fossi anch’io uragano,
che distrugge a caso senza spiegazioni,
che lancia automobili nel vuoto,
che ammutolisce i telefoni e spegne le tv,
che staziona sul pulpito a risucchiare preti e capi, eroi e dotti,
la saetta nella coppa dei campioni,
il terremoto nell’idromassaggio delle modelle.

“E’ passato l’uragano Zakamoto!”

Ha distrutto tutto, anche le case dei cattivi.
Ha indebolito gli stupidi e instupidito i deboli.
Ha trovato difetti, rimpianti, male, ignoranza,
e nemmeno una goccia di speranza.

Intanto ce ne andiamo a vedere la fine del mondo ad ovest,
sperando che Colombo non sia mai partito,
Ulisse non sia mai tornato,
e che il Kraken o Gamera appaiano all’orizzonte.
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A112

La Autobianchi A-112 ha un motore spinto a quattro cilindri in linea con albero a camme laterale,
con 903 centimetri cubi di cilindrata e 44 Cavalli motore di potenza massima.
Impiega 13,7 secondi per passare da 0 a 100 chilometri all’ora.
Da ciò si deduce che il propulsore possa avere una potenza superiore a quella dichiarata dalla casa madre, forse 47 cavalli motore.
Ha un cambio manuale a 4 rapporti che la spinge a sfiorare i 140 chilometri all’ora, ma se si superano i 100, consuma esageratamente e la super sta a 1.510 Lire al litro.
Per questo Aldo ha deciso che domani ci alzeremo presto e torneremo in statale.
Ora sono le 19:00, siamo seduti su una panchina del parco, ho appena finito di visitare tutti gli stand della Biennale di Venezia.
Da questa mattina alle 10:00 Aldo mi aspetta qui, si è letto il giornale dalla prima all’ultima pagina e ha trovato una soluzione per evitare di spendere una fortuna in carburante, ha una faccia molto soddisfatta.
Il consumo esagerato non è l’unico problema della A112, i 47 cavalli motore generano una vibrazione che concilia il sonno del passeggero e intorpidisce le braccia del guidatore.
Per questa ragione, durante il viaggio in statale, ci fermiamo ogni 100 Km per un caffè, una Gitanes senza filtro e una veloce lettura dei giornali locali.
Scegliamo bar dall’aspetto aristocratico ma economico.
Ogni bar ha il suo dehors con portacenere, il suo dialetto e la sua storia.
Aldo mi racconta tutto ciò che sa di questi posti.
Ci sembra che il fatto di avere una storia renda più accettabile l’esistenza di questa infinita serie di paesi dai nomi assurdi.
Ca’ Sabbioni, Fiesso, Selvazzano Dentro, Oppeano, Trevenzuolo, Goito, Acquanegra, Pizzigettone…
Casate nobiliari incrociate fra loro che diedero vita a invidie e guerre, apparizioni di presunte madonne folgorate, terre invase dai crucchi, riprese dai garibaldini, occupate dai partigiani.
Paesi sedi di fabbriche mastodontiche, teatro di guerre napoleoniche, centrali di mercanti, trafficanti, fuggitivi, esuli istriani.
Aldo continua a raccontarmi perché esiste ciò che ci circonda, io sto osservando il mondo che mi si costruisce intorno, attraverso ilfinestrino deflettore dalla curiosa forma triangolare, tutto mi si mischia nella testa mentre mi lascio cullare dai 47 Cavalli motore, al galoppo in un sogno.
In futuro eviterò sempre le autostrade della vita.
Grazie Aldo.
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Homo homini Deus est.

Chi c’è lassù, sopra di noi?
Quale energia, quale forza creatrice capace di ogni cosa?
Non i miti,
non le religioni,
non i re,
non gli stati,
non il denaro,
solo noi stessi (Der Einzige).

Non lo faccio per il paradiso promesso,
non lo faccio per la benevolenza del mio Signore,
non lo faccio per la comunità,
non lo faccio per il denaro,
solo per me e per il mio piacere di vederti felice.

E’ giunta l’epoca dell’anarchia dell’Es.
E’ giunta l’epoca dell’uomo Dio.
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Dio

Finito di esplorare il mondo prossimo circostante, il fanciullo per la prima volta volge lo sguardo verso se stesso.
Nella pozza profonda creata da Nemesi o nello specchio del bagno di casa,
pone gli occhi dentro ai sui stessi occhi per scoprire che sta guardando qualcun altro: Dio.
Per un attimo rimane interdetto ad osservare se stesso rovesciato nel colore del suo iride.
Il paesaggio per sempre mutevole attorno alla propria pupilla, gli racconta di paesaggi extraterrestri.
Distratto da un animale dietro ai cespugli, ho dal telefono che squilla in corridoio,
il fanciullo ritorna nel mondo dimenticando ciò che ha appena veduto.
Un Dio amico così vicino sembra troppo facile da trovare, e non può essere vero.
Il fanciullo distrugge e costruisce, cercando Dio negli occhi degli altri, e ormai divenuto uomo si ritrova a guardarsi negli occhi scoprendo nel proprio iride un paesaggio mutato da crateri, offeso da collisioni con altri corpi celesti, scaldato dai soli o congelato dalla morte di stelle implose.
Ancora il fanciullo divenuto uomo vede Dio e, con la pelle d’oca, inizia a parlargli, vuole sapere chi è, e dove deve andare.
Dio lo fissa stupidamente dallo specchio senza dare risposta alcuna e l’adulto ha la sensazione di parlare da solo.
Un bambino che piange o una sveglia che suona, riportano l’adulto nel mondo.
Un Dio che non risponde è un Dio sordo, un Dio cattivo, e un Dio che non esiste.
Finché l’adulto divenuto anziano si ritrova al mattino davanti a se stesso lavandosi la faccia, il paesaggio extraterrestre dei suoi occhi, dal quale proviene e dove sta per ritornare, è cambiato ancora, il Dio che vi alberga lo attende impassibile tra intrecci di fiori, ombre di animali mitologici, arcobaleni di gomitoli colorati.
Il fanciullo divenuto uomo divenuto anziano, partirà per incontrare nei suoi occhi D’Io.

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